sabato 15 agosto 2026

L'ultima ascensione

Indimenticabili le mie ascensioni sulle Dolomiti di tanti anni fa: Civetta, Pelmo, Tofane, Marmolada, l'Alta Via numero 2… Quando arrivi sulle cime sei ricompensato da ogni stanchezza. L’orizzonte non ha confini e provi un’ebbrezza unica.


Ieri al funerale del generale Romano Bisignano erano presenti tanti alpini. Chissà quante cime!


La cima più alta? È irraggiungibile: il Cielo! Uno solo ha compiuto quell’ascensione, uno che veniva da quelle cime, Gesù. Nessun altro è stato capace di salire così in alto, neppure Maria. Per quanto santo, nessuno può presumere di salire al Cielo. Gesù è “asceso” al Cielo, è salito da solo; Maria è stata “assunta” in Cielo, da sola non poteva giungere tanto in alto, ce l’ha portata Gesù.

E noi? Potremo salire come Maria, con Maria, per pura grazia, per puro amore di Dio. È lassù che ci aspetta… Intanto è arrivato Romano.

La testimonianza del figlio: 

«Mio padre, Romano, il gen. Bisignano, ha raramente avuto bisogno di alzare la voce, sia come comandante militare che come padre. Ha comandato con la coerenza della sua vita: nel modo di lavorare, di tacere, di reagire, di amare. La sua disciplina non è stata una regola imposta, ma un cammino mostrato; la sua lealtà non è stata una parola, ma una presenza costante.

Con noi figli e stato sempre presente, e con i nipoti ha saputo essere nonno con la stessa fermezza dolce con cui era stato padre. Ci ha insegnato che la vera autorità non grida, ma cammina davanti, e che la luce più vera non acceca, ma orienta. Accanto a lui, la mamma ha condiviso ogni passo, sostenendolo con la forza silenziosa di chi sa cosa significa costruire una famiglia giorno dopo giorno. E mia sorella, Monica, con me, ha camminato su questa stessa strada, ricevendo come me l'eredita più preziosa: l'esempio di un uomo che ha vissuto ciò in cui credeva...».

venerdì 14 agosto 2026

Lascia parlare il cuore


Intercity Verona Bologna. Le fermate delle city sono numerose, anche in city piccole piccole. La carrozza è piena di giovani che stanno andando a Bologna per una camminata in centro e un aperitivo. Giovani belli, che dialogano fitto fitto tra loro. Mi fa una certa impressione, provenendo da un bellissimo incontro con giovani dall'età media di 70 anni.

A metà carrozza, sulla fila opposta a quella dove sono seduto, vedo una ragazza che legge e parla con l'amica vicina, che però non vedo. Quando arriviamo vicino a Bologna mi viene incontro con un grosso quaderno a fogli bianchi. Vedendomi con le cuffiette, mi chiede se ascolto musica. Le rispondo che le uso solo per attutire i rumori, ma non ascolto musica. In effetti sto pregando il rosario, come ben si vede dalla corona a grani grossi di legno che ho tra le mani. "Mi sarebbe piaciuto se avesse potuto scrivesse qualcosa, un pensiero che le suscita l'ascolto della canzone". "Posso scriverti ugualmente qualcosa". "Perché, lei scrive?”. “Sì, le dico, scrivo", e le mostro il mio grande quaderno a fogli bianchi con i miei pensieri e i miei semplicissimi schizzi. Mi chiede di leggerle qualcosa. Quello che ho scritto è solo un commento al Cantico dei Cantici, ma suona bene. Le mostro poi il libro "Il cielo dentro di me. Parole dal silenzio del deserto". Le piace la copertina, che mi ritrae nel deserto del Sahara e prende nota del titolo per acquistalo via internet.

Allora le scrivo due righe, con la mia penna rossa, sul quaderno, che poi darà all'amica: "È affascinante il deserto. È il luogo del silenzio. Puoi ascoltare te stessa, come sei veramente, senza essere condizionata da come ti vedono gli altri. Sei libera. E lascia parlare il cuore: ascoltalo, ha tanto da dirti!".

Intanto sulla collina si vede il santuario di San Luca: siamo già a Bologna. Le mostro allora una foto di 74 anni fa, proprio davanti al santuario. "È sua moglie?" mi chiede indicando mia mamma. "No, io sono il bambino..."

Ma perché è venuta proprio da me, unico vecchio in tutto il treno?

giovedì 13 agosto 2026

Una casa in cielo... accanto all'Assunta

La nostra bella “banda” di religiosi, qui a Verona, continua imperterrita il suo incontro, e anch’io ripeto con disinvoltura le solite cose…

C’è comunque sempre qualcosa di nuovo, ad esempio l’antico affresco di Maria che campeggia nella cappella dove ogni giorno ci troviamo a pregare. Chissà da quale chiesa o palazzo è stato staccato. Lo vedo la mattina alle lodi, a mezzogiorno alla messa, a sera al vespro… ed è sempre nuovo.

È la “Mater Misericordiae”, nell’atteggiamento classico di raccogliere a protezione sotto il suo manto uomini e donne. Il volto, dolce, è rassicurante: sotto quel manto siamo protetti. Va di pari passo con l’altra invocazione: “Refugium peccatorum”; gli uomini le donne che accoglie sotto il suo manto sono tutti peccatori e pieni di fiducia.

Ne era convinto anche sant’Eugenio de Mazenod che afferma con sicurezza di avere aperto una sua nuova comunità per gli Oblati in cielo, dicendo di averla collocata proprio vicina alla Madonna. Quando la fondò, nel 1828, era composta da appena quattro Oblati, oggi sono migliaia... Speriamo nel trasferimento!

Comunque come Oblati siamo accoglienti. Ad esempio, è appena partito per il cielo Romano Bisignano, il fratello di P. Santino che tante volte lo accoglieva a Vermicino. Vuoi che adesso non lo accolga con sé il cielo?

La Madre di Misericordia è salita lassù prima di tutti (siamo ormai alla vigilia dell’Assunta) per farci casa… a tutti!

mercoledì 12 agosto 2026

Kala Acharya ci accompagna

Anche Kala Acharya ci ha lasciato. C’era una profonda stima reciproca e posso dire che ci volevamo bene. All’università Somaiya di Mumbai aveva fondato e diretto la facoltà di sanscrito e di cultura indiana. Fedele all’insegnamento di Krishna diceva che ormai vedeva tutti gli esseri, senza esclusione, nello spirito, e dunque in Dio.

Ci eravamo conosciuti a Roma durante un colloquio interreligioso indù-cristiano. Successivamente, nel 2006, in una lettera inviata a Chiara nel giugno 2006, chiedeva la partecipazione di due membri della Scuola Abbà al Seminario internazionale che il Somaiya College di Mumbai organizza annualmente. Ricordando la collaborazione che Chiara aveva iniziato con questo Istituto, dove, durante le sue storiche visite del gennaio 2001 e del gennaio 2003, era stata accolta non solo come ospite onorata, ma come “sorella amatissima”, Kala le scriveva: “Tu sei rimasta fonte di ispirazione per il nostro Istituto ed è sempre vivo in noi il ricordo della tua persona così piena di luce e del tuo carisma spirituale.” Da qui il desiderio di continuare la collaborazione. Così, dal 2 al 12 dicembre, sono stato a Mumbai assieme ad Anna Pelli per condividere la visione della mistica indù e cristiana. È in quella circostanza che Kala definì Chiara “una mistica vivente”.

Un incontro ancora più profondo avvenne a dicembre 2011, durante un simposio sulle Scritture indù e cristiane. La dottoressa Kala Acharia mi chiese di parlare della “lectio divina”. Ricordai i vari momenti, dalla lectio alla meditatio, dalla oratio alla contemplatio, fino alla traduzione in vita, fino alla condivisione con gli altri il cammino della lectio. Quest’ultimo punto fu colto come un’autentica novità, suscitando un grandissimo interesse: comunicare, donare… Kala Acharya, rispose dicendo che Vangelo l’aiutava a comprendere in maniera più profonda le proprie Scritture e a farle diventare vita. Tra l’altro “traduceva” per gli indù la “parola di vita” del mese, scoprendo le analogie delle Scritture indù con il Vangelo. Poi, in italiano, disse a tutti: “Sono innamorata di Chiara”.

Indimenticabile il simposio del 2016, a cui partecipai con Judith Povilus. Kala ci accolse con l’amabilità di sempre, ci introdusse nel suo ufficio, sfogliammo insieme gli album con le foto dei tanti incontri interreligiosi, quelle in cui era ritratta con Giovanni Paolo II, Benedetto XVI… Fu in quella occasione che ricevetti il mio nuovo nome hindu: Fabio Tyaga!

Quanta strada abbiamo fatto in questi anni nel dialogo con gli Indù! "All’inizio - dicevano - avevamo un po’ di paura reciproca, ognuno attento a cosa dire e come dire, nel timore di offendere l’altro o di non essere capiti. In questo incontro (Mumbai 2016) c’è stato uno scatto, un rapporto fraterno profondo, un rispetto sincero, che ci ha resi capaci di godere il bello dell’altro e di lasciarci arricchire reciprocamente. “Nessun tentativo di conversione, ma un amore sincero, che ci porterà dove Dio vuole”. 

A Mumbai 2016 non eravamo seduti davanti a una cattedra dalla quale si tenevano conferenze su diversi aspetti dell’induismo e del cristianesimo messi a confronto. Neppure si condividevano esperienze di vita. Questa volta eravamo seduti in cerchio. Nessuna conferenza. Leggevamo assieme i testi mistici di Chiara, il Paradiso ’49, e ci lasciavamo ispirare da essi in una comunione profonda tra tutti, a partire dalla propria visione religiosa e culturale. In questo modo quei testi acquistavano una risonanza nuova: letti con differente sensibilità, dicevano cose che altrimenti non avrebbero detto.

Quante volte ci siamo trovati insieme, in Italia, in India, in Tailandia… L’ultima volta Kala faceva difficoltà a camminare e si appoggiava al mio braccio. Adesso spero che sia lei, dal Cielo, ad accompagnarmi e sostenermi nel santo viaggio.

martedì 11 agosto 2026

Soltanto un rapporto d'amore

Festeggiare santa Chiara d’Assisi dalle Clarisse non è di tutti i giorni, e con il vescovo di Verona! Tra noi abbiamo festeggiato anche l’altra Chiara, quella di Trento. Il suo onomastico sarebbe stato il 3 novembre, santa Silvia, la madre di san Gregorio Magno, ma ha sempre festeggiato il suo nome di elezione. Perché Chiara? Perché si racconta che alla domanda di Francesco che se la vide davanti dopo che era scappata da casa: “Cosa cerchi?”, lei avrebbe risposto: “Dio”? Anche per Chiara di Trento l’ideale era Dio. Ma la scelta del nome Chiara è legata soprattutto alla parola evangelica “Claritas”, la luce che Gesù ha ricevuto dal Padre e che egli dà a noi… Adesso è anche il nostro nome: “Claritas”, Luce, Chiara…

Così ai religiosi di qui ho cercando di fare da specchio, per riflettere un po’ di quella luce. Un raggio di quella luce: “Tutta la mia vita deve essere soltanto un rapporto d’amore con lo Sposo mio… per cui non mi debbo preoccupare d’altro che di amarlo”.

lunedì 10 agosto 2026

Ripartiamo da Cristo

 

Tutto è iniziato dall’incontro personale con Cristo. Da lì dobbiamo sempre ripartire. «Sì, bisogna ripartire da Cristo, perché da Lui sono partiti i primi discepoli in Galilea; da Lui, lungo la storia della Chiesa, sono partiti uomini e donne di ogni condizione e cultura che, consacrati dallo Spirito in forza della chiamata, per Lui hanno lasciato famiglia e patria e Lo hanno seguito incondizionatamente, rendendosi disponibili per l’annuncio del Regno e per fare del bene a tutti (cfr. At 10, 38)» Così l’Istruzione Ripartire da Cristo.

Siamo qui a San Fidenzio, appena sopra Verona, per ripartire. Siamo una quarantina, con un’età media molto elevata, segno che la nostra Galilea è lontana: siamo stati chiamati tanti anni fa. Ci ritroviamo, amici di vecchia data, fedeli nel cammino dietro a Gesù.

Gli inizi sono stati luminosi, generosi, radicali. Ci siamo incontrati agli inizi degli anni Settanta nel Trentino a Susà di Pergine, a Enego, poi in Svizzera a St-Maurice… Quanti momenti di gioia da allora, in intimità con Gesù, di unità tra di noi, di donazione generosa, di edificazione della Chiesa in Italia, in Germania, in Angola, in Camerun, in Paraguay… C’è stata forse tanta ingenuità all’inizio, ma anche tanta sincerità… Lungo il cammino forse sono subentrati i distinguo, gli adattamenti, i compromessi, assieme alle delusioni. Non saranno mancate le difficoltà, le prove, la presa di coscienza della propria debolezza e fragilità, i fallimenti… e siamo ancora insieme!

«Tornare in Galilea – spiega papa Francesco nell’omelia della Veglia pasquale del 2014 – significa custodire nel cuore la memoria viva di questa chiamata, quando Gesù è passato sulla mia strada, mi ha guardato con misericordia, mi ha chiesto di seguirlo; tornare in Galilea significa recuperare la memoria di quel momento in cui i suoi occhi si sono incrociati con i miei, il momento in cui mi ha fatto sentire che mi amava. (…) Si tratta di fare memoria, andare indietro col ricordo. Dov’è la mia Galilea? La ricordo? L’ho dimenticata? Cercala e la troverai! Lì ti aspetta il Signore. Sono andato per strade e sentieri che me l’hanno fatta dimenticare. Signore, aiutami: dimmi qual è la mia Galilea; sai, io voglio ritornare là per incontrarti e lasciarmi abbracciare dalla tua misericordia. Non abbiate paura, non temete, tornate in Galilea! (…). Non è un ritorno indietro, non è una nostalgia. È ritornare al primo amore, per ricevere il fuoco che Gesù ha acceso nel mondo, e portarlo a tutti, sino ai confini della terra. Tornare in Galilea senza paura».

domenica 9 agosto 2026

Sulle colline veronesi

Cambio di scena. Eccomi nella casa diocesana degli esercizi spirituali sul colle di “San Fidenzio” a Verona. La casa è stata voluta e inaugurata nel 1962 dal vescovo Giuseppe Carraro per rilanciare l’opera diocesana di esercizi spirituali. Da allora ha mantenuto le finalità precisate dal Vescovo il giorno dell’inaugurazione: «La casa “San Fidenzio” è dono del Signore offerto a tutte le anime assetate di luce e di pace, bramose di riordino o di orientamento alla propria vita. Aperta ai richiami più generosi di Dio e alle vette della cristiana perfezione… È cenacolo santo per sacerdoti e laici, dove lo spirito del Signore effonderà con larghezza i doni più preziosi…».

Accanto alla casa, il monastero delle Clarisse Sacramentine, un altro luogo di preghiera, meditazione, silenzio...

sabato 8 agosto 2026

Armonia per un concerto di mezz’estate

 

Flauto e chitarra, impegnati in pezzi classici e contemporanei, nella cornice di Villa Doria Pamphili, a due passi da casa.

Mentre ascolto la musica ammiro il geco che si muove rapido, a scatti, in caccia perpetua sul muro rustico alle spalle dei due musicisti. Non una distrazione, un accompagnamento. Così come è piacevole la compagnia degli amici…

Per comporre un’armonia occorrono tanti elementi: le note degli strumenti musicali, la natura, l’amicizia…

venerdì 7 agosto 2026

Un nuovo emeritato

Ieri il Santo Padre ha provveduto alla nomina di nuovi Consultori del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. La nomina principale è naturalmente quella di p. Maurizio Bevilacqua, il nostro Preside del Claretianum. Auguri p. Maurizio, ti meritavi questo compito (e altro... ma c'è tempo)!

Ci sono altre persone che conosco, come il Rettore dell’Università del Laterano e il Vice Rettore dell’Università Salesiana.

Personalmente, con data 18 giugno, mi era giunta dal Vaticano la lettera del Segretario di Stato che, a nome del Santo Padre, mi ha comunicato il termine del mio mandato come Consultore presso questo Dicastero: un altro emeritato! L’età avanza...

Ero stato nominato Consultore più di 30 anni fa! Forse sono il più vecchio per nomina e per età (dopo Ghirlanda, naturalmente! Ma lui adesso è cardinale…)

Nella lettera il Cardinal Parolin mi trasmette la benedizione apostolica del Papa, “a lei e ai suoi cari”. Siccome di “cari” ne ho tanti e non posso raggiungerli ognuno personalmente, lo dico a tutti qui sul blog. Ed ecco la lettera:

Reverendo Padre,

in conformità alle norme stabilite dalla Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium (cfr. n. 17 § 1), il mandato a lei affidato presso la Curia Romana, in qualità di Consultore per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, sta giungendo al termine. Il Beatissimo Padre non può che rivolgere il Suo animo affettuoso e riconoscente a lei, che ha condiviso la Sua sollecitudine per la Chiesa universale.

Mosso quindi da un grato ricordo nei suoi confronti, il Romano Pontefice, per mio tramite, le porge sinceramente i Suoi più sentiti ringraziamenti per il ministero da lei svolto, e le impartisce volentieri la Sua Benedizione Apostolica, a lei e ai suoi cari.

Nel comunicarLe queste cose, è con il dovuto rispetto che mi compiaccio di dichiararmi suo devotissimo servitore.

Pietro Card. Parolini, Segretario di Stato

giovedì 6 agosto 2026

Il Cantico dei Cantici di san Bonaventrura


Casualmente questi giorni ho conosciuto p. Vincenzo Battaglia, gran professore di cristologia, ora emerito. Mi ha regalato un suo libro recente: Il Cantico dei Cantico nella interpretazione di Bonaventura da Bagnoregio.

Bonaventura non ha mai scritto un commento al Cantico, ma il prof. Battaglia va alla ricerca delle citazioni che il dottore della Chiesa sparge in tutte le sue opere. Questa profusione di riferimenti dà ad ogni scritto un timbro di affetto, sapienziale, contemplativo. Gesù appare sempre come lo Sposo e quindi il rapporto con lui, anche quello dello studio più speculativo, è sempre un rapporto amoroso, di grande intimità, proprio come quello che descrive il Cantico dei Cantici tra sposo e sposa: “Il mio diletto è mio e io sono sua”.

Tra i luoghi nei quali il Cantico appare nei commenti evangelici mi hanno colpito soprattutto la scena del vecchio Simeone e la perdita di Gesù nel tempio.

«Ecco, la devozione del vecchio che prende in braccio il bambino, con essa ha esposto tutto sé stesso a Cristo, per poter dire come la sposa nel Cantico dei Cantici capitolo primo: “Sacchetto di mirra è il mio diletto, si riposerà sul mio seno”. Voleva infatti adempiere ciò che si legge nel Cantico ultimo capitolo: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sopra il tuo braccio”; anzi sulle due braccia: due, per mostrare che deve essere tenuto in braccio fortemente; Cantico dei Cantici capitolo terzo: “Trovai colui che l'anima mia ama e non lo lascerò” ecc.

Maria e Giuseppe, dopo lo smarrimento di Gesù «Ritornarono, dice, a cercarlo; secondo il passo del Cantico dei Cantici capitolo terzo: “Mi alzerò, girerò per la città e cercherò colui che l'anima mia ama”, così diceva la vergine Maria, e inoltre Cantico dei Cantici capitolo quinto: “Lo cercai, ma non lo trovai, lo chiamai, ma non mi rispose”. “Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, se incontrerete il mio diletto, ditegli ch'io languisco d'amore”».

Vorrei essere come Simeone, come Maria e Giuseppe…

mercoledì 5 agosto 2026

Le lettere di santa Gemma

 

Dopo aver letto la prima biografia e il diario, ecco che ho terminato di leggere le 131 lettere che santa Gemma Galgani ha scritto al suo direttore spirituale, p. Germano Ruoppolo. Lettura monotona, perché ripete sempre le stesse cose. Lettura seducente, perché nell’estrema semplicità e sincerità, svela un rapporto straordinario con Gesù.

Ha una intimità tutta sua con Gabriele dell’Addolorata, con gli angeli, con Maria. Ma con Gesù è unica. «Ma possibile che Gesù voglia me, me, la più indegna di tutte le creature?... Padre, Padre – scrive al direttore –, non posso più reggere… a pensare che Gesù si fa sentire all’ultima sua creatura, che gli si manifesti con tutti gli splendori del suo Cuore, nella prodigiosa espansione del suo amore paterno… chi sono io?... E Gesù buono, troppo buono, vuole che vada con Lui e gli parli con tutta confidenza, e mi dice: “Figlia, tra me e te ci sarà tutto comune: non più né tu né io...”. A queste parole, babbo mio, mi venne subito in mente Lei e dissi: “Ο Gesù, se io faccio come mi dite, il Padre mi grida forte, perché non vuole che vi dia tanta confidenza”. E Gesù: “Digli, figlia, che la confidenza la creo da me in coloro che amo”. Così arriva a dire: “Io sono te, tu sei me”. Fino alla piena trasformazione in Cristo crocifisso…

Sono contento che le monache passioniste di Lucca mi abbiano fatto avere, di loro iniziativa, una reliquia del corpo di santa Gemma…

martedì 4 agosto 2026

O bella mia Speranza

Festa della Madonna della neve: con questo caldo si addice! Nella notte tra il 4 e il 5 agosto 352 nevicò sul colle a segnare il luogo dove edificare a Roma la prima chiesa dedicata a Maria.

Ho appena letto uno studio sulle canzoni popolari di sant’Alfonso Maria de Liguori. Tra queste una che non conoscevo e che mi sembra vale la pena ascoltare e recitare:

https://www.youtube.com/watch?v=w2RCSfVfwNI

O bella mia Speranza,
Dolce Amor mio, Maria,
Tu sei la Vita mia,
La Pace mia sei Tu.

Quando ti chiamo, o penso
A Te, Maria, mi sento
Tal gaudio e tal contento,
Che mi rapisce il cor.

Se mai pensier molesto
Viene a turbar la mente,
Sen fugge allor che sente
Il Nome tuo chiamar.

In questo mar del mondo
Tu sei l'amica Stella,
Che puoi la navicella
Dell'alma mia salvar.

Sotto del tuo bel manto,
Amata mia Signora,
Vivere voglio, e ancora
Spero morire un di.

Che se mi tocca in sorte
Finir la vita mia
Amando Te, Maria,
Mi tocca il Cielo ancor.

Stendi le tue catene
E m'incatena il core,
Che prigionier d'amore
Fedele a Te sarò.

Sicché il mio cor, Maria,
È tuo, non è più mio;
Prendilo e dallo a Dio,
Ch'io non lo voglio più.


lunedì 3 agosto 2026

Piccola famiglia

 

È terminata l’Assemblea delle COMI che ha eletto la nuova presidente e il nuovo consiglio. È una famiglia piccola, ma sprizza gioia. Una famiglia piccola, ma unita, bella. E cosa vogliamo di più?

Un degno virgulto dell’albero piantato da sant’Eugenio.



domenica 2 agosto 2026

Perdon di Assisi



2 agosto, il perdono di Assisi. Dove andare per l’indulgenza? Casualmente mi trovo nel luogo adatto, Santa Maria in Navicella. Una chiesa dedicata alla Madonna, che campeggia nel bellissimo mosaico della prima metà del IX secolo, il primo ad essere dedicato alla Madonna. Anche il perdono di Assisi è legato a una chiesa dedicata alla Madonna, la Porziuncola.

La chiesa è attigua all’ospizio nel quale san Giovanni di Matha accoglieva ammalati e pellegrini. Sembra che qui sia stato ospitato anche san Francesco, pellegrino giunto da Assisi… Poteva non essere stato, san Francesco, a far visita alla Madonna della chiesa accanto? Chissà che non si possa ritenere luogo francescano anche Santa Maria in Navicella.

Sì, il luogo più adatto (anche perché oggi per me non ce n’erano altri!) per il perdon di Assisi, un dono dal cielo, a prescindere dal luogo.

sabato 1 agosto 2026

Alla sua presenza



Venne a trovarlo, anziano e ammalato. Era stanco di vivere, ma aveva paura di morire. “Padre, dimmi una parola”, lo implorò.

Apa Pafnunzio avrebbe voluto stare in silenzio, ad ascoltare l’anziano ammalato, perché se avesse saputo ascoltarlo e accoglierlo in sé, l’altro avrebbe trovato da solo quello che cercava. Restò a lungo in silenzio, ma l’altro era ancora nel buio. Apa Pafnunzio avrebbe voluto…, ma era incapace di quel vuoto profondo che fa rinascere l’altro. Non sapeva accompagnare le persone. Allora si affidò alla sua povera parola, nella speranza che fosse quella che l’altro attendeva:

“Forse basta stare alla presenza di Dio. Stare alla presenza di Dio vuol dire essere consapevoli che noi siamo presenti a lui. Si pensa a lui perché lui pensa a noi. Sono pensato da Dio, da lui amato. E lui mi pensa anche quando io non penso a lui. Lui c’è, è lì, con me, in me, attorno a me, e io sono in lui.

Stare alla sua presenza è saperlo riconoscere nelle persone, nelle cose, negli avvenimenti attorno a noi.

Stare alla sua presenza è parlare con lui, confidarsi, ascoltarlo, stare con lui in silenzio, senza parlare, stare soltanto.

Quando sparisce, non lo sentiamo, ci sentiamo soli, allora possiamo lamentarci, arrabbiarci con lui, gridare… è sempre un modo per essere in rapporto con lui.

Forse basta questo per continuare a sperare”.

Non era quello che l’altro attendeva. Ripartì senza risposta. 

Ne fu triste apa Pafnunzio. Scoprì che erano le parole che il Signore aveva detto a lui. Riprese a parlare con lui.