giovedì 25 giugno 2026

Santi e santini. Perché la pietà popolare?

Siamo al quinto podcast: 
https://www.cittanuova.it/podcast-la-chiesa-e-i-miei-perche-5-santi-e-santini/

Nell’immaginario collettivo la devozione popolare la vediamo nelle processioni, nelle suppliche, nelle statuine dei santi messi sugli altarini nelle case, tutte cose che alla maggior parte dei giovani danno un senso di vecchie tradizioni e nulla più. È un po’ triste per me il fatto che ci sia a volte più un attaccamento a un santo che a Dio stesso. Ma cosa è (e cosa non dovrebbe essere) per te la pietà popolare?

È un modo per esprimere la dimensione religiosa presente nel cuore di ogni persona. Risponde al bisogno di un rapporto concreto, diretto con Dio, e sperimentare la sua vicinanza, la paternità, la presenza amorosa e costante.

Ogni persona, ogni popolo, ogni cultura lo esprime alla propria maniera. Nei miei viaggi in India mi ha sempre colpito vedere le persone che toccano le statue delle divinità o anche semplicemente la statua di san Antonio da Padova.

Ma anche al tempo di Gesù tutti volevano toccarlo, almeno il lembo del suo mantello. Gesù stesso per operare le guarigioni tocca gli ammalati. Dopo la resurrezione le donne lo abbracciano ed egli chiede agli apostoli di toccarlo: “Toccatemi!”. Gli Atti degli Apostoli ci dicono che quando Pietro passava per strada la gente portava fuori gli ammalati perché fossero toccati almeno dalla sua ombra!

È una dimensione umana: abbiamo bisogno di abbracciarci, di baciarci, di tenerci per mano, di esprimere in maniera concreta, tangibile, l’affetto, il bisogno di protezione, la richiesta di aiuto.

Nella pietà popolare questo si esprime con le processioni, i pellegrinaggi, ma anche con la recita del rosario, la via crucis...

Papa Francesco nella Evangelii gaudium dice così: «Le espressioni della pietà popolare hanno molto da insegnarci e, per chi è in grado di leggerle, sono un luogo teologico a cui dobbiamo prestare attenzione, particolarmente nel momento in cui pensiamo alla nuova evangelizzazione». E anche papa Leone, nel suo ultimo viaggio in Spagna, ha parlato di una religiosità che «non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi». Non possiamo considerare quindi le pratiche di devozione come un orpello di cui liberarci, anzi, la religiosità popolare non dovrebbe essere sentita solo dalle persone più semplici, ma appartenere a ogni condizione e ceto sociale; piuttosto è la comunicazione che andrebbe svecchiata e migliorata… Dovremmo parlare e vedere i santi in tutta la loro particolarità, sfaccettatura e bellezza in modo da renderli attraenti, giusto?

Ti racconto di quando ero in un paese che si chiama Mission, al confine tra gli Stati Uniti e il Messico. La chiesa del paese, Nostra Signora di Guadalupe, non rimane mai vuota. L’ambiente è tipicamente messicano, nei colori, nei fiori, nella moltitudine di statue di santi… Una persona dopo l’altra entra e prega con un proprio ritmo, una proprio liturgia. Su un altare decine e decine di foto di soldati che combattevano in Afganistan o in Iraq.

Un uomo in particolare attira la mia attenzione. Entra e, iniziando dal fondo della chiesa, viene avanti sostando in silenzio davanti ad ogni statua: san Giuseppe, san Luigi Gonzaga, san Martino de Porres, una Madonna, un’altra Madonna, la crocifissione… Fino a quando giunge davanti all’altare del Santissimo Sacramento. Lì si ferma in ginocchio, sempre in silenzio, a lungo. Poi si siede, prende il messale e medita le letture della Messa del giorno. Mi attira l’intensità della sua preghiera. Allora provo anch’io a fare come lui. Inizio, come lui, da san Giuseppe, tentando di indovinare che cosa gli avrà detto quell’uomo, fin quando trovo la mia strada per parlare con il padre di Gesù, lo sposo di Maria: quante cose possiamo dirci! E avanti, anch’io in pellegrinaggio, intrattenendomi in dialogo con tutti questi amici allineati lungo la parete della chiesa: una vera preparazione, una introduzione all’ultima tappa, davanti a Gesù. E trovo quell’uomo anziano ancora lì, immobile!

Ecco, questa, penso è la vera pietà popolare: lasciarsi condurre dai santi, da Maria, fino a Gesù.

Naturalmente ci sono le deviazioni, come in tutte le cose. Non è pietà popolare servirsi delle feste, delle processioni, dei santuari per mettersi in mostra, per celebrare incontri tra gruppi criminali, per rendere omaggio ai boss del quartiere.

Immagino l’imbarazzo della scelta, ma posso chiederti qual è il tuo santo preferito?

Il mio santo preferito è un beato: Giuseppe Gerard, un missionario partito da giovane per un piccolo Paese nel Sud Africa, il Lesotho, dove è rimasto per tutta la vita accanto alla gente, nella più grande semplicità, amando tutti. Sono stato sua tomba l’anno scorso.

Ho con me anche la reliquia di santa Gemma, una toscana come me, naturalmente.

Poi ci sono i big, indimenticabili. Non hai idea di quanti santi hanno vissuto a Roma. Mi piace andare a trovarli nei luoghi dove hanno vissuto.

Nessun commento:

Posta un commento